SIRENTE CROCEVIA DI BRIGANTI

 

Per il secondo incontro del ciclo “Dietro le quinte della storia” quattro studiosi del Brigantaggio hanno partecipato al convegno “Sirente crocevia di briganti” tenuto giovedì 18 marzo 2004, presso il Palazzetto dei Nobili.

 

 

Brigante è colui che briga, litiga con lo stato, che lo conquista e che quindi va “eliminato”.

I Relatori:

1) Pasquale Casale: Sirente crocevia di briganti

 

Il termine Brigantaggio nasce all’inizio dell’800 quando i Francesi, entrando nel Regno delle due Sicilie, criminalizzarono tutti coloro che gli si schierarono contro. Nell’autunno del 1806 alcuni capi-massa  si riunirono nella chiesa di Santa Maria di Roio (AQ) chiamando i rappresentanti di tutti i paesi del circondario: così inizio la sommossa contro i francesi nell’Aquilano, cosi circa 600 uomini si riunirono sui prati del Sirente…erano briganti.

 

Le cause del brigantaggio furono tante.

·        Nel 1861 viene istituita la leva obbligatoria per tutti Sotto i Borboni, solo un figlio a famiglia partiva militare se non era figlio unico e capo famiglia, per non togliere braccia alla terra. Con questa legge tutti dovevano partire e i giovani si sentirono come sotto un nuovo invasore che dovevo obbligatoriamente servire. Molti furono i disertori.

·        Lo scioglimento dell’esercito borbonico, fedele a Francesco II, generò una moltitudine di sbandati, senza più lavoro, che si rifugiarono sui monti.

·        Con l’Unità d’Italia, i Savoia estesero al Mezzogiorno il loro sistema giuridico ed amministrativo, introducendo tasse che non competevano al sud come quella sul macinato. In questo modo aumentò la miseria dei contadini.

Così giovani restii alla nuove normative, ex soldati borbonici e contadini disperati si diressero in zone impervie per combattere gli invasori con il crimine, per diventare briganti.

 

Francesco Saverio Sipari – zio di Benedetto Croce- scriveva: “lo dirò io, nato e cresciuto tra essi. Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento: non possiede che un metro di terra in comune al campo santo. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmaci. Tutto gli è stato rapito o dal prete al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale o dall’usura del proprietario o dall’imposta del Comune e dello Stato. Il Proletario vuol migliorare la sua condizione né più né meno che noi. Questo ha atteso invano dalla stupida pretesa rivoluzione; questo attende dalla monarchia. In fondo, nella sua idea bruta, il brigantaggio non è che progresso, o, temperando la crudezza della parola, il desiderio del meglio. Certo, la vita è scellerata, il mondo è iniquo e infame… Ma il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata: le avversioni dal clero e dei caldeggiatori il caduto dominio, e tutto il numeroso elenco delle volute cause originarie di questa piaga sociale, sono scuse secondarie e occasionali, che ne abusano e le fanno perdurare. Si facciano i contadini proprietari, non è cosa così difficile, ruinosa, anarchica e socialista come ne ha la parvenza. Una buona legge sul censimento e piccoli lotti dei beni della casa ecclesiastica e demanio pubblico  ad esclusivo vantaggio dei contadini nulla-tenenti, e il fucile scappa di mano al brigante…”

 

 

Sirente crocevia di briganti, perché:

I briganti si nascondevano sui monti abruzzesi perché rappresentavano un nascondiglio ideale, non conosciuti dai piemontesi e pieni di parenti e  amici che prestavano loro aiuto.

La Valle Subequane, la Valle Peligna erano attraversate da una strada che portava a Rocca di Mezzo utilizzata dai pastori e commercianti e ciò faceva gola a molti briganti locali e non.

Molte furono le bande aquilane: la bada di Cannone di Gagliano Aterno, di Francesco Presutti, detto Francescone di Tione degli Abruzzi, che fu uno dei più sanguinari, quella dei fratelli Giorgio e Antonio di San Demetrio.

 

La repressione contro i briganti fu durissima, già nel 1861  furono fucilati più di 8000 persone, 6000 arrestati, 6 paesi bruciati. Due furono i campi di concentramento, Fenestrelle e San Maurizio.

Nel 1863 venne sancita la legge Pica che  istituì la corte marziale, vennero giustiziate migliaia di persone dalla commissione di inchiesta nata l’anno precedente per frenare il brigantaggio.

 

Nel 1870 termina il fenomeno del brigantaggio, ma ne inizia un altro: come diceva Francesco Neppi “o emigrante o Brigante ”, molti partirono verso terre lontane.

 

Gramsci: ”lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale più le isole crociffiggendo, squartando sopprimendo mille contadini e i poveri del sud. Gli scrittori italiani ancora oggi tentano di infamare quel marchio di briganti.”

Indro Montanelli: ”la guerra contro il brigantaggio insorto contro lo stato unitario costò più morti di tutti quelli del risorgimento. Abbiamo sempre vissuto su dei falsi: il falso del risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola”

 

2) Maria Lucia Scaccia: “Ruolo della donna nel brigantaggio”.

Il ruolo della donna negli anni in cui si diffuse il brigantaggio ebbe vari aspetti. Le donne sono sempre state affianco degli uomini, loro importanti consigliere, facendo un po’ la storia “dietro le quinte”. Le  madri, le sorella, avevano per forza di cose relazioni con i cosidetti “malandrini”, molte furono le donne che si innamorarono dei briganti, anche nobildonne. Inizialmente rappresentano la compagna, la donna del focolare, che accudisce la casa, i figli aspettando il suo uomo, che furtivamente riusciva a tornare dalla sua famiglia. La donna di Cannone, ad esempio, ricamava messaggi d’amore sui fazzoletti. In un secondo momento la donna reagisce, e aiuta il suo uomo passandogli informazioni sui movimenti delle truppe, con biglietti nascosti tra i capelli, consegnando armi celate sotto le gonne, portando viveri. Nell’ultimo periodo del brigantaggio, divengono vere “brigantesse”. Camuffate da uomini combattono a fianco dei propri amati, vengono riconosciute donne solo dopo la morte o dopo la cattura.

 

3) Pasquale Di Prospero: Il brigantaggio nell’Aquilano

Il dott. Di Prospero ha riferito al folto pubblico accorso la sua ricerca svolta presso gli Archivi di Stato delle vicende dei briganti di Torniparte, sottolineando che per alcuni episodi mancano interi faldoni degli stessi archivi.

 

 

4) Flavia Perotti: “Lettere e biglietti di ricatto: modalità espressive dei briganti”.

Queste lettere rappresentano la forma di comunicazione dei briganti; alcune sono sgrammaticate, altre ben scritte. Nel 1860 l’ 86% della popolazione meridionale era analfabeta, in tutta la penisola ogni popolazione parlava il proprio dialetto e la scrittura era la trasposizione della lingua parlata. I biglietti sono rivolti a preti, proprietari terrieri.

Generalmente sono divisi in varie parti: un incipit scritto con un tono educato,  la richiesta del riscatto –denaro, prosciutti, formaggio, vino, vestiti, oggetti di valore come orologi da taschino- con le minacce, presenza a volte di dati anagrafici, il saluto finale con un tono solenne.  C’è un carattere ironico, a volte drammatico. Vengono utilizzate molte figure retoriche, quali il climax ascendente, l’antitesi, l’anafrase. Lo stile è lapidario e scarno.

Un esempio di biglietto di ricatto: