Un filosofico: il Volontariato


L’apprendimento di una filosofia etica è considerato da Nuova Acropoli un elemento essenziale, una premessa irrinunciabile per approcciare e svolgere un’attività di volontariato, anzi ne è parte integrante: questo è stato il concetto con cui si è aperto il confronto tra le persone intervenute al “ filosofico” che ha avuto luogo presso la sede di Roma domenica 8 febbraio.


Questa convinzione è del resto la caratteristica che distingue Nuova Acropoli, Associazione di cultura e volontariato, che in quest’ottica promuove ed eroga a vari livelli corsi di filosofia, tenuti dagli stessi soci più “anziani”;  per questi ultimi in realtà, questa attività di insegnamento, costituisce in effetti anche l’espressione concreta della loro attività di volontariato.


Ma cosa significa essere un volontario? Che cosa deve fare? Che tipo di approccio deve avere nel contesto sociale in cui si muove?


Sulla scia di queste domande si è sviluppato il dibattito tra i partecipanti al . Ovviamente l’agire con spontaneità e sincero spirito di altruismo, senza alcun interesse verso un qualsivoglia tipo di riconoscimento è stato riconosciuto subito come un ineluttabile approccio da seguire per chi desidera entrare nel mondo del volontariato.


Ma il punto significativo su cui si è dibattuto e convenuto è l’ottica del Volontariato come “stile” di vita, come “scelta” di vita: il Volontario è una persona che si “riconosce da lontano”, perché è una persona che pone gli altri al centro anziché se stesso, è una persona disponibile all’ascolto, rispettoso delle persone con cui intrattiene rapporti sociali e disponibile ad aiutarle.


Si fa “volontariato” se ci si pone al servizio degli altri, indipendentemente dall’attività pratica che si svolge, se si agisce con umiltà, scacciando il pensiero di decidere noi cosa è bene o non bene fare; occorre partire dagli altri, capire quali sono i loro reali bisogni e, quindi, cercare di risolverli.


Ma, ci si è chiesti, è sempre sbagliato nel volontariato aspirare ad una gratificazione, ancorché intesa come soddisfazione per aver fatto qualcosa di utile? Il piacere che possiamo provare constatando di aver portato un po’ di sollievo a qualcuno è anch’esso una forma di gratificazione da cui dobbiamo essere scevri? Difficilmente l’uomo riesce ad agire in modo completamente “asettico” rispetto al proprio “Io”, senza un obiettivo che in qualche modo, magari inconsapevolmente, è volto a soddisfare anche i suoi bisogni; se però questi bisogni vengono soddisfatti facendo qualcosa di utile per gli altri, i due aspetti, la propria soddisfazione personale da un lato e gli effetti pratici dell’attività di volontariato svolta dall’altro, diventano perfettamente compatibili, anzi costituiscono forse una condizione imprescindibile.