Continuo Prof. Carandini

Questo gigantesco sviluppo della ragione è nato quindi in Occidente; tuttavia, non è mai riuscito ad imbrigliare le teologie intellettuali ed emozionali dell’essere umano, tanto è vero che, anche nell’Occidente, che è la patria della ragione, della filosofia e della storiografia, sono fiorite sempre le religioni. Moltissimo remote, le religioni primitive, che noi poco conosciamo, poi la religione politeista, che è già una religione molto articolata, molto sviluppata e che è immaginabile solo in una società molto complessa, e poi si è passati al monoteismo ed al cristianesimo.

Quindi i miti non muoiono, i miti continuano; per quanto la ragione voglia, come dire, esaudire la sfera della conoscenza, i miti è molto difficile che muoiano.

Altri miti sono stati legati alle grandi ideologie, come il liberalismo, etc., che sono stati i miti fondanti la borghesia, vista non come una classe di élite bensì come una classe identificativa di valori.

Tutte le volte che l’uomo vuole superare l’effimero, il quotidiano, il movimento perenne delle cose della storia, e vuole, in qualche modo, eternizzare delle realtà, fissarle, renderle assolute, depurarle delle contingenze storiche, per farle rifulgere nella loro bellezza, diciamo assoluta, lì interviene il pensiero mitico; quindi, anche noi, in questa sala, che ci consideriamo molto ragionevoli, agiamo spesso con i miti, più o meno inconsci che, più o meno, ci spingono e spesso determinano le nostre azioni. Infatti, ad esempio, noi progettiamo con la ragione una giornata, e poi la giornata è tutta un’altra, perché in realtà siamo spinti e facciamo delle cose che non avremmo dovuto e previsto. Questo perché le nostre pulsioni arrivano da sfere lontane cui la ragione non arriva.

La ragione spesso arriva a rendere possibili ed attuabili delle scelte che vengono da lontano; se l’uomo è fatto da tutta questa serie di componenti consce, inconsce, emozionali, ragionevoli, religiose e storiche, è chiaro che quell’opposizione, creata nell’occidente fin dai greci, fra religioni e miti da una parte, e ragione dall’altra, si è rivelata fallace. Sempre più la cultura contemporanea cerca di spiegare l’uomo in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue componenti, anche quando queste componenti fanno a pugni.      

Faccio un esempio: immaginate che io sia un matematico cristiano; bene, per un matematico, uno non è uguale a due, non è uguale a tre e non è uguale a quattro, ma, nel momento in cui si reca in chiesa e crede in un Dio, uno e trino, si trova di fronte ad una contraddizione colossale, che naturalmente viola tutte le leggi della matematica, eppure lui va a messa tranquillo; poi fa una passeggiata e magari nel pomeriggio, si mette a fare le sue formule matematiche che dicono tutt’altro.

Questo è molto bello per spiegare come, nella vita di ciascun uomo, queste componenti che, teoricamente, fanno a pugni tra loro, possono convivere.

Noi conviviamo con i nostri sogni, che a volte ci fanno vedere delle cose un po’ strane, ma nel sogno non ci stupiamo di certe combinazioni molto particolari, le troviamo del tutto naturali.

Lo studio dei miti antichi serve a farci capire che noi non possiamo non tener conto dei miti che noi stessi ci diamo, ci siamo dati e che convivono con le nostre ragionevolezze.

A volte abbiamo dei dubbi, a volte abbiamo delle crisi, a volte ci sembra di cadere in una sorta di confusione ma, in realtà, l’uomo non potrà mai essere ridotto ad un’unica dimensione.

Ora i miti, naturalmente dell’antichità, sono dei miti più di carattere religioso che ideologico. Per i greci sono fondamentalmente dei miti divini, cioè gli dèi nel passato hanno agito e continuano ad agire, ed i miti sono i racconti di quello che hanno fatto.

In fondo, al di là del fatto se siamo credenti o non credenti, anche il Dio degli ebrei come il Dio dei cristiani ha il suo mito, ha fatto delle cose; noi possiamo raccontare Dio.

Per esempio, ad un certo punto, essendo eterno, ha deciso di creare il mondo: questa è una grande azione di Dio, ha creato il mondo e poi si è nascosto, ci sono degli dèi che agiscono e poi scompaiono, sono silenti, sonnecchiano, non ci sono più, non intervengono più. Il Dio dei cristiani come il Dio degli ebrei è un Dio che continua ad agire, come gli dèi della religione politeista indiana, che ha un numero di dèi e di racconti sconfinato; basti pensare al Mahabharata, che non conosce limiti ed in cui sono decine di migliaia i racconti, ed alla più contenuta mitologia dei greci, che avevano sì molti dèi ma non tanti quanti gli indiani. Arriviamo, poi, ai romani. Ai romani non piaceva raccontare degli dèi. Gli dèi non dovevano avere dei miti; naturalmente i romani sono nati con Roma; erano i latini che vivevano a Roma a credere ai miti divini ma poi, quando Roma si organizzò come città, lo trovarono sconveniente; forse perché i romani hanno vissuto l’inizio della città come un inizio assoluto.

I miti sono quelli che raccontano le origini, le fondazioni e quindi, come poteva essere che gli dei avessero delle loro storie precedenti? E’ come se gli dèi dovessero nascere con Roma.

Naturalmente, noi sappiamo, per esempio, che Giove laziale era venerato sul Monte Cavo già dal X secolo ed i romani vedevano questo con un certo fastidio. Tuttavia, uno dei miti di uno dei loro Dèi non si poteva cancellare ed è rimasto, quello di Marte che feconda Rea Silvia. Questo è un tipico mito di nascita. Marte feconda Rea Silvia e nascono i gemelli. Questa è un’azione divina perché è un’azione di Marte; se avessero cancellato anche questo, avrebbero cancellato la natura semi-divina del fondatore.

Per gli antichi, mutare, significa dare origine alle cose. Erano gli eroi che potevano fare queste cose. Erano gli uomini speciali che, per le loro grandi azioni legate ad una natura sovraumana, venivano divinizzati; penso a Dioniso, penso ad Eracle, pensiamo a Romolo.   

Eracle e Dioniso sono figli di Zeus, ma anche di donne umane; eroi che, alla fine della loro vita, vengono accolti nell’Olimpo come degli dèi; si trasformano da eroi, quindi da semi-dèi, in divinità.

Romolo non crea una nuova divinità; non esiste un Dio Romolo; egli viene assimilato ad un Dio che già esisteva, il Dio Quirino. Quindi viene divinizzato in Quirino. E’ interessante notare come i romani abbiano cancellato tutti i miti ma non quello che serviva alla loro fondazione, perché, in definitiva, al contrario dei greci, per spiegare le origini del mondo, del cosmo, della nascita, non esiste un Esiodo dei romani, come non esiste un Omero dei romani.

I romani erano molto legati alla loro città ed al loro territorio, quindi hanno limitato i miti alle figure eroiche maschili e femminili delle origini, conservando un unico mito divino che era quello di cui proprio non potevano fare a meno, se importava dare una giustificazione sovrannaturale alla fondazione della città, per il fatto che Romolo era figlio di un Dio e di una vergine vestale.

Il mito dice che era figlio di un Dio e che Rea Silvia era un principessa Albana, cioè una figlia di un membro della famiglia reale di Albalonga che si chiamava Numitore.

Sarà stato vero? Questo è quello che io mi domando e poi mi rispondo: “Ma cosa me ne importa, che differenza fa”. Perché per gli uomini importano le fantasie delle cose. Noi, per esempio, abbiamo un oggetto, non particolarmente prezioso, in casa nostra ma che ci ricorda una figura amata, che magari non c’è più. Un alone fantastico circonda questo oggetto e se un fratello ce lo vuole togliere, ci arrabbiamo, anche se quell’oggetto non vale quasi niente dal punto di vista economico, ma vale tanto da un punto di vista simbolico.

Le fantasie, le aspettative, i desideri fanno parte della storia; anche lo storico più laico non potrebbe parlare del Medioevo senza tenere conto della chiesa, dei santi, perché quella chiesa, quei santi, quella religione è stata storicamente determinante. La storia non può non tener conto anche delle fantasie. Allora, facciamo un’ipotesi, ammettiamo che questo sia molto importante, e lo prendiamo come dato di fatto; ma, se Romolo fosse stato un figlio di nessuno, come è anche possibile che fosse, e si fosse dato questo titolo, questo sarebbe ancora più significativo. Ossia, per poter passare come una figura che poteva trasformare un abitato in una città, per poter diventare il primo Re della città, lui doveva, non solo essere il figlio di un Dio, cosa che può capitare anche ad un poveraccio (per esempio Gesù è figlio di Dio ma era un poveraccio, non era un principe) ma doveva essere anche di sangue reale, affinché la monarchia di Alba fosse trasferita a Roma ed Alba stessa non avesse più regno dopo Amulio.

Il fatto che la nascita di Roma sia un’invenzione ci dice moltissimo della mentalità della società delle origini. Per avere un fondatore con le caratteristiche necessarie per sovvertire un ordinamento precedente ed instaurarne uno nuovo, ci volevano delle forze soprannaturali. D’altra parte, anche i re di Francia erano degli unti del Signore, e non ci sarebbero più dovuti essere Re di Francia dopo Luigi XVI (al massimo uno o due dopo di lui) in quanto la famosa ampolla, che conteneva l’olio sacro, era quasi vuota (l’unzione da quell’ampolla e con quell’olio sacro era il rito per proclamare il Re di Francia). Quindi, i miti sono interessanti, sia che siano veri (ossia che quel bambinello, realmente, sia stato portato da Alba a Roma, che sia stato posto sulle rive del Tevere, etc.) sia che sia stata una colossale invenzione, per far funzionare una realtà che non avrebbe potuto funzionare altrettanto bene se lui, come figlio di nessuno, fosse rimasto figlio di nessuno.

Che siano veri o non veri, i miti sono essi stessi prodotti storici e vanno studiati in quanto tali, naturalmente per le società molto concrete, molto legate alla realtà terrena, alla storia. Anche se non esiste ancora una storiografia, il mito è reso assoluto anche se non è stato tale. Il mito riveste una funzione storica determinante che lo storico deve conoscere. Nelle società concrete, come quella greca, a volte l’eroe è una realtà terrena, che è stata storicizzata; questa storicizzazione è partita, però, da qualche dato reale di cui ancora non scopriamo il profondo, il mito, l’intenzione. Il mito è come un agglomerato di fantasie e di realtà. Anche i sogni sono fatti così. Per esempio, noi sogniamo che entriamo in un bosco, con la lanternina, camminiamo, ad un certo punto compare un essere con cinque gambe, allora, il fatto che noi entriamo in un bosco, camminiamo, è un dato reale che anzi ci ricorda la passeggiata nel bosco che abbiamo fatto il giorno prima ma, quando comincia a comparire l’essere con cinque gambe, che ci spaventa, un mostro, ecco, noi quello non l’abbiamo incontrato il giorno prima; quello è l’elemento fantastico che si aggiunge ad una cosa del giorno prima, vera. Così è successo anche nei miti; per questo alcuni aspetti della leggenda che, alle origini, potevano contenere dati in realtà metamorfizzati, assolutizzati e teorizzati con una norma eterna, hanno stravolto i fatti.

Quindi noi, di Romolo e di Remo non sappiamo se erano dei veri principi, ma sappiamo tre cose molto importanti: sono esistiti dei personaggi in epoca arcaica, altri sono molto più concretamente storici, due secoli dopo la nascita di Roma (siamo nel VI sec. a.C.) ed altri, come Servio Tullio, dei quali si conosceva sia l’origine vera che l’origine mitica. Per esempio, Servio Tullio era figlio di una serva della regina. Chi era il padre? Nessuno.  

Cicerone dice “nullo padre”. Non si sapeva chi era il padre, ma è probabile che questo figlio di nessuno sia nato nel palazzo reale, sia stato amato dal Re Tarquinio Prisco, che ne abbia fatto una sorta di figlio ed, amandolo, lo abbia indicato come erede. Ma poteva un figlio di nessuno diventare un grande fondatore? Perché Servio Tullio è un novello Romolo! E’ il rifondatore della città. No! Ed allora mettono in circolazione una storia: Ocrisia, serva della moglie di Tarquinio Prisco, mentre accudisce l’altare dei Lari, che è un focolare, vede spuntare improvvisamente un fallo; spaventata va dalla regina la quale è una grande signora, esperta anche in fatti religiosi, che le dice: “Ma questa è un’apparizione divina!”. La veste da sposa e la fa giacere vicino al focolare. Chiudono la porta ed il fallo divino possiede Ocrisia e nasce un figlio perché quel fallo era o di Vulcano o del Genius della famiglia, dell’energia generatrice della famiglia dei Tarquini, perché siamo nella reggia. Inventano quindi un mito, che viene proposto, diffuso e creduto, anche se Servio non perde il suo nome che viene da servus, ma nello stesso tempo appare come un novello Romolo.

Ovviamente Cicerone ha un sospetto.

Chi era il padre? Era figlio di nessuno ma era chiaro che era figlio del Re, quindi molto probabilmente lui era il figlio del Re ma, proprio perché era un figlio segreto del Re, scambiandolo con una figura semidivina, è l’unico Re che è succeduto al trono di suo padre, ma questa è una storia intricata.

Su Ciro il Grande, Erodoto ci racconta una storia: un bambino allattato questa volta non da una lupa ma da una cagna; tutto il solito racconto degli eroi come Mosè deposto nelle acque, raccolto dalla moglie del faraone; è un racconto infinito che incomincia addirittura con il Re Sargon (grande Re mesopotamico).

Sono tutti esseri umani salvati in qualche modo da esseri sovrannaturali in forma di animali, ma poi esce fuori un documento del tempo di Ciro (conservato al British Museum) in cui si racconta chiaramente di chi era figlio Ciro, figlio di una piccola famiglia di “reucci” locali. Questo significa che nel VI secolo le versioni reali si accompagnavano a quelle mitiche e si tolleravano le contraddizioni.

Di Augusto, e con questo concludo, altro grande fondatore di Roma, conosciamo suo padre Octavius (nella sua grande casa si entrava da un arco in onore di suo padre). Si conosceva perfettamente il padre e la madre, una famiglia non molto distinta di Velletri. Come essere il fondatore di Roma, pur non essendo un figlio di nessuno? Era un uomo notus (li vediamo nelle televisioni tutti i giorni, sono quei volgaroni che ad un certo punto declassano i signori e si propongono in prima fila come Cicerone). Augusto, però, ha fatto grandi imprese e proprio per far funzionare queste grandi imprese, per dar loro un significato, ci volevano altre potenti forze divine. Augusto viene adottato da Cesare, ma Cesare discende da Venere, quindi, intanto lui è figlio di un uomo divinizzato (Cesare si era fatto mettere una statua nel tempio di Quirino); comunque lui, è un essere semidivino, perché discende da Marte e da Venere, ma la madre come la mettiamo? Era meglio che anche la madre avesse una qualche scintilla, ed allora si inventa un mito. C’era un arco prima del tempio di Apollo (il Dio che aveva protetto Augusto contro Antonio e che aveva come figlio preferito Dioniso), ed allora lui immagina e fa raccontare dagli intellettuali di corte, che Azia, sua madre, si era trovata nel tempio di Apollo (non quello da lui appena fondato, ma quello più antico che si trovava nei pressi del teatro Marcello); lì un serpente, inviatole da Apollo, l’aveva avvicinata e l’aveva posseduta, per cui lui era anche figlio di Apollo, quindi, era figlio di Ottavio, signore di Velletri, ma anche figlio di Apollo. Ecco, queste sono le miscele di fatti reali e di fatti mitici che convivono e quasi tollerano le sue stranezze, ma che sono stranezze necessarie al buon funzionamento di una società. Non stupivano ieri e non devono stupire nemmeno oggi. Grazie.