la prof.ssa Simona Gasparetti Landolfi

Il bisogno della Filosofia si esprime allora come nostalgia per un discorso che si prenda cura del senso, che apra la coscienza alla frequentazione di sé e alla composizione dei legami comunitari. È l’esperienza del legame infatti che rende liberi, che consente a ciascuno di trovare il proprio posto nella città. Libero è infatti chi ha legami, responsabilità verso gli altri, obblighi verso la comunità nella quale vive. Aristotele definisce lo schiavo (Politica, Etiche) come colui che non ha legami, che non ha un proprio posto nella città e che per conseguenza può essere utilizzato da altri e in diversi modi.

Nella nostra società i legami sono vissuti spesso come un impedimento, una costrizione, come una limitazione della libertà, e l’essere autonomi, non dipendenti, viene esaltato come un elemento di forza, e di dominio di sé, del proprio ambiente, del proprio corpo, degli altri. Questa esasperazione dei valori dell’individualismo e del dominio – dominio che è controllo e potere – non può che asservirci ad una visione del mondo secondo la quale la libertà è illimitata, assoluta. Ma ai limiti del nostro destino umano noi invece non possiamo sfuggire, ed è proprio l’indigenza della condizione umana che rende, secondo Aristotele, tutti gli uomini filosofi, che li destina per natura ad essere interpreti, a porre domande e ad elaborare risposte, a discorrere attorno alla verità.

Il filosofare è così in primo luogo una pratica discorsiva e un genere letterario. La Filosofia tesse trame, getta ponti tra le cose e l’abisso, ed attraverso mille peripezie – i miti, la divinazione, la poesia – costruisce narrazioni che aspirano ad un fondamento, elabora argomenti persuasivi, architetta sistemi imponenti, luoghi ospitali per le cose e volti per gli enigmi. Ma filosofare significa anche condurre una vita filosofica e fornire all’esistenza il fondamento del bene e della felicità.

Il tema di questo incontro mi appare allora nella forma di un appello, che ha a che fare con la destinazione della Filosofia, e anche con la chiamata del filosofo ad un’esistenza dedicata a trasformare la parola filosofica in corpo e prassi, in un costume di vita animato e fervido, nella costituzione di sé come soggetto morale, come soggetto della condotta morale nella comunità. Questo appello è anche un invito alla ripresa di un modo di intendere il filosofare che ha avuto nella storia del pensiero occidentale – e non solo – un ruolo centrale sicuramente nell’antichità, ma che, com’è noto, non è stato il paradigma vincente dell’epoca moderna.

Essere qui con persone mosse da una comune intenzione, che si riconoscono in una fratellanza spirituale, è un invito alla confidenza, e anche al parlare schietto, a rendere testimonianza. È un invito a scorgere nel presente – opaco di orrore, come ogni presente, e proprio per la sua oscurità così accecante – i germi di ordini inediti, la speranza in un futuro difforme, che possiamo immaginare insieme ai giovani che si accostano alla Filosofia e alla vita filosofica.

Questo potrebbe essere un auspicio per il nostro incontro: che ciascuno di noi ‘metta in comune’ l’immagine della propria attesa, e che questi frammenti - sempre provvisori, incompiuti, precari - possano trovare il loro compimento in una composizione dialogica, polifonica, in un’ampia condivisione.

E d’altronde che senso ha il discorso filosofico – che com’è noto non è il luogo della verità ma la narrazione della sua ricerca – se rinuncia alla propria dimensione di annuncio, se si vieta di pensare ‘oltre’ i tempi e i luoghi dell’esperienza, in una difformità consapevole e critica rispetto a ciò che è?  Non ha senso infatti il discorso del filosofo, se viene deprivato del suo legame con la storia e dunque con la prassi nella società e nel mondo, se non si traduce in un modo di condurre la vita che ne dimostri la veridicità.

Non è infatti la condotta della vita il criterio di autenticità della parola filosofica, nonché la sua destinazione naturale?

Testimoniare con la propria vita una differenza: è questo che fa della vita del filosofo un’esistenza esemplare. E non è proprio l’iniziazione al filosofare che rende diversa la vita, che le fa oltrepassare gli angusti territori del pregiudizio, la ‘terra di nessuno’ nemica anzitutto del saluto, e poi dell’ascolto, dell’incontro?  A mio avviso è ferita, è mutilata la Filosofia che, nella sua aspirazione a comprendere il mondo e la vita, rinunzi all’apertura alla trasformazione, alla profezia, alla ‘vita nova’. Rinuncia alla propria identità e al proprio ufficio la Filosofia, se si contenta di declinare il suo discorso nei palazzi delle istituzioni accademiche e del potere politico, in un caso come una disciplina tra le altre, nell’altro come un utile collante ideologico.

E il filosofo tradisce in questo modo la propria destinazione, opera una drastica quanto miserabile riduzione della propria vocazione, una radicale contrazione dello sguardo. Non è proprio del filosofo infatti l’essere nel mondo pur non essendo mai compiutamente del mondo, non appartenendo mai del tutto al mondo? Un tema antico questo, caro anche alla cultura cristiana, che ritorna nel secolo scorso, con accenti accorati in Emanuele Levinas.

Nel Teeteto, Platone dice che la filosofia ha origine dalla meraviglia.  Al cospetto dell’universale divenire – dice il protagonista del dialogo «io mi trovo straordinariamente pieno di meraviglia, e qualche volta, quando mi fisso a guardare con attenzione queste ‘apparenze’, ho le vertigini» (Teeteto, 155 e). La risposta di Socrate suona così, quasi una definizione: «è proprio del filosofo quello che tu provi, l’essere pieno di meraviglia: il cominciamento della filosofia non è altro che questo».

un momento della relazione della prof.ssa Gasparetti Landolfi

Il filosofare ha dunque origine dalla meraviglia, dallo stupore che ‘sospende’ la visione ordinaria, la certezza abituale della persistenza delle cose, della loro stabilità, considerata come ovvia dalla coscienza oggettivante, che separa le apparenze dal mistero della loro provenienza e della loro destinazione,  rendendole piatte ed estranee al senso del mondo. Di fronte al grande teatro dell’apparire e scomparire delle cose, lo sguardo si riempie di stupore solo se resta ingenuo, come lo sguardo del bambino, che non si conforma ai ‘luoghi comuni’ del vedere - all’arroganza del presente che guarda con sufficienza all’imperfezione del passato, o alla superbia della scienza moderna che deride il domandare sempre identico della Filosofia. Quello meravigliato del filosofo è piuttosto uno sguardo che indugia, aprendosi a dimensioni non ordinarie, uno sguardo inaugurale che cerca di scorgere, come per la prima volta, ciò che si sottrae, ciò che eccede ogni interpretazione.

Accogliendo la sollecitazione platonica, anche Aristotele pensa che gli uomini abbiano cominciato a filosofare a causa della meraviglia, e che solo nell’orizzonte dischiuso dalla meraviglia, la disposizione alla Filosofia possa dare frutti, possa germogliare come ricerca, che è la via che accomuna tutti gli uomini ed è anche la meta comune.

Chi prova meraviglia riconosce di non sapere e cerca di liberarsi dall’ignoranza: la Filosofia non persegue altro scopo che quello di cercare la verità, è una ‘scienza per sé’ – possiamo dire ancora con Aristotele –, non si prefigge alcun fine al di fuori di sé stessa, e in questo modo si sottrae del tutto all’orizzonte dell’utile, del risultato.

La Filosofia è il dono del dio alla città - così Platone nel Timeo - «oltre la filosofia non venne mai bene maggiore, né mai verrà, al genere mortale, come dono elargito dagli dei» (Timeo, 47b).

Filosofo è colui che traduce il ricercare la verità in un fare disinteressato, in un agire gratuito, che modella la vita e pungola anche gli altri alla ricerca. Filosofare è dunque qualcosa di inutile, e perciò di indispensabile – come la letteratura o la poesia – come tutto ciò che non ha prezzo, che non è valutabile, non serve, e per conseguenza non è servile. Proprio per questo è imprescindibile e porta nel mondo la grazia della gratuità.

Quest’idea fortemente connotata in senso etico-pratico, che pervade tutta l’antichità e preserva per molti secoli l’originaria vocazione pedagogica e morale della Filosofia, si è progressivamente offuscata, fino al nostro presente, in cui sembra che la Filosofia abbia completamente abdicato alla propria funzione di guida spirituale, di orientamento della condotta, di formazione dell’anima.

Il fare Filosofia oggi sembra esaurirsi nella trasmissione e nell’acquisizione di un patrimonio di nozioni, non somiglia affatto ad una pratica che oltre a modellare i pensieri impregna la vita, e aspira a trasmettere in un contagio solenne quell’amor sapientiae che è un’autentica iniziazione al filosofare.

Nella celebre Lettera VII, Platone sostiene che la filosofia è un’esperienza interiore «non è una scienza come le altre […] non si può in alcun modo comunicare […] è una fiamma che si accende da un fuoco che balza, nasce d’improvviso nell’anima» (341 c-e).

Introdurre i giovani al filosofare è allora qualcosa di simile a un’arte, a un nobile artigianato, ha a che fare con l’addestramento dei talenti in una comunità, vissuto in una molteplicità di pratiche formative e legato a una condivisione amorosa, a un contagio. L’iniziazione a una pratica spirituale eccede la dimensione dell’insegnamento di un sapere, è piuttosto in relazione con la condotta della vita.

Il ruolo del maestro in questo è cruciale. «Il prodigio della relazione pedagogica», dice George Steiner in un recente studio, «è lo scambio di un eros di reciproca fiducia e invero d’amore […] quel processo d’interazione nel quale il maestro apprende dal discepolo mentre gli insegna e il dialogo genera amicizia, nel senso più alto della parola»[1].  Maestro è colui che si pone in una relazione di reciprocità circolare rispetto ai propri discepoli, è colui che lascia fuori della propria bottega le ‘nozioni comuni’, offuscate dai pregiudizi, per riconquistare un modo semplice di rivolgersi alle cose, una visione profonda che le scorga per quello che sono e che possa essere ‘messa in comune’. Maestro è colui che ha consapevolezza del valore della propria opera e del suo senso nel contesto di una tradizione – senso che non può che fondarsi su una iniziazione ricevuta e vivamente sentita. Maestro è anche colui che condivide il destino con i propri discepoli, e nella relazione pedagogica non c’è nulla di più formativo della condivisione del destino. Maestro è infine colui che introduce a uno sguardo nuovo sul mondo, che propizia una metamorfosi nella maniera di essere nel mondo, un’autentica conversione.

Anche i testi filosofici possono fungere da guida magistrale sul cammino di questa conversione. «Essi sono spesso esercizi spirituali che l’autore pratica egli stesso, e che fa praticare al suo lettore, sono destinati a formare le anime, hanno un valore psicagogico» (p. IX), ispirano un’apertura delle menti e delle coscienze verso il mutamento.

Nel suo splendido studio sugli esercizi spirituali nella Filosofia ellenistica[2] Pierre Hadot sostiene quest’affascinante tesi. L’interna incompiutezza del testo chiuso in se stesso, egli dice, della dottrina racchiusa in un orizzonte puramente teorico, separata dalla sua naturale relazione con la vita, esige il proprio compimento nel lettore, in una lettura attiva e partecipante che ricongiunga la parola filosofica con l’agire. «L’esercizio filosofico, non si situa solo nell’ordine della conoscenza, ma nell’ordine del sé e dell’essere: è un progresso che ci fa essere più pienamente, che ci rende migliori. È una conversione che sconvolge la vita intera, che cambia l’essere di colui che la compie. […] Non si tratta di un semplice sapere, ma di una trasformazione della personalità» (pp. 32-35).

Un esercizio così concepito ha dunque a che fare in ogni tempo con il filosofare, e ciascun atto filosofico deve riconquistare, secondo Hadot, il proprio significato originario, che è la cura dell’anima, l’esercizio dello spirito che pone in relazione con sé stessi, con la comunità, con il senso. In questa prospettiva anche la relazione con la tradizione filosofica acquista allora il valore di un incontro che induce a un’apertura, a un ascolto, a un dialogo, che può ispirare la scelta esistenziale dalla quale ha origine ogni discorso autenticamente filosofico. Proprio il dialogo - con un libro o con una voce umana cui prestare attenzione – è il nutrimento per eccellenza del discorso filosofico e della vita filosofica.

I ragazzi che si avvicinano a Nuova Acropoli mi pare che trovino questo nutrimento: nell’esperienza dell’incontro, del dialogo, nell’azione gratuita a vantaggio della comunità.

Vorrei concludere queste riflessioni con le parole di un autore a me molto caro, un autore tedesco della seconda metà del XVIII secolo, J.G. Herder, che ha dedicato scritti molto significativi al tema della Filosofia della Storia e della formazione degli uomini. In questo testo, degli ultimi anni del Settecento, leggiamo:

 

“Umanità è il carattere del genere umano,

in noi tuttavia esso è innato solo sotto la specie di  inclinazioni

e deve essere adeguatamente educato.

Venendo al mondo, non ne disponiamo già in modo compiuto,

è piuttosto il dovere del nostro stare al mondo,

la meta delle nostre aspirazioni, l’esito di ogni nostra cura,

ciò che ha valore per noi.

Non conosciamo infatti nell’uomo una natura angelica,

e se il demone che ci guida non è un demone umano

diventiamo un flagello per i nostri simili.

L’elemento divino del nostro genere è dunque la

formazione all’umanità”[3].


<//font><//font>
<//font><//font>

[1] G., Steiner, Lessons of the Masters, Harvard University Press, Cambridge 2003, trad. it. La lezione dei maestri, Garzanti, Milano 2004, p. 10

[2] Hadot, P., Exercises spirituels et philosophie antique, Edition Albin Michel, Paris 1987, trad. it. Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 1988, recentemente ristampato.

[3] «Humanität ist der Charakter unsres Gechlechts; er ist uns aber nur in Anlagen angeboren und muß uns eigentlich angebildet werden. Wir bringen ihn nicht fertig auf die Welt mit, auf der Welt aber soll er das Ziel unsres Bestrebens; die Summe unsrer Übungen, unser Wert sein; denn eine Angelität im Menschen kennen wir nicht, und wenn der Dämon, der uns regiert, kein humaner Dämon ist,werden wir Plagegeister der Menschen. Das Göttliche in unserm Geschlechts ist also Bildung zur Humanität», J.G. Herder, Briefe zu Beförderung der Humanität [Lettere per promuovere l’Umanità], lettera XXVII, in Herders Sämmtliche Werke, a cura di B. Suphan, Wedmann, Berlino 1881, vol. XVII, p. 138.