Dalla Patristica, e ancor più dalla Scolastica in poi, la dicotomia tra Religione da una parte, e Scienza e Filosofia dall’altra, si è fatta sempre più profonda e a tratti insanabile. Lo scienziato fu spesso identificato con il mago o con l’eretico, soprattutto quando le ipotesi formulate erano in contrasto con gli insegnamenti biblici. La paura del rogo bloccò o chiuse nel segreto le scoperte scientifiche, le ipotesi più ardite, e di conseguenza il progresso culturale e spirituale dell’uomo. Questo appare ancor più grave se si pensa che, nello stesso periodo, gli Arabi andavano sviluppando un pensiero scientifico eccezionale ed una cultura davanti alla quale l’Europa avrebbe dovuto inchinarsi. Era una cultura filosofica alla quale si deve la salvezza di tanti testi filosofici classici, compresi gli scritti di quell’Aristotele sul cui pensiero la Chiesa fondò la propria visione del mondo. Mentre nell’Europa del Sacro Romano Impero dei Franchi regnava l’ignoranza, e solo nei monasteri si lavorava per salvare i testi classici, ma senza metterli a disposizione dei più, nei domini arabi si sviluppavano studi universitari filosofici, matematici, astronomici, medici, alchemici… La cultura filosofica e scientifica araba era anche accompagnata dalla tolleranza tipica delle grandi civiltà e dal desiderio di scambio con altre filosofie e culture.

Non sempre, però, questa drammatica separazione è stata colpa dei “credo” religiosi: spesso la responsabilità è stata degli stessi scienziati che si sono rifiutati di accettare una visione filosofica del mondo e una “razionalità divina” del mondo stesso. Il vero male sta nel dogmatismo in qualsiasi campo, nel non volersi mettere in discussione per non perdere potere.

Quando si è creata questa mentalità scientifica, per così dire, laica, o spesso “atea”?

 

IL CONFLITTO TRA SCIENZA, FILOSOFIA E RELIGIONE

Abbiamo già detto di come la Patristica e la Scolastica avevano contribuito alla nascita di una specie di dittatura teologica medievale, nella cultura in generale e nelle scienze. Intorno al 1600, con la nascita della scienza moderna, la concezione tradizionale iniziò ad essere messa seriamente in discussione. Per essere precisi, il processo di allontanamento dalla "dittatura" teologica medievale erano già iniziati intorno al 1500, con l’Umanesimo ed il Rinascimento, ma in senso positivo: l’uomo è in grado di risalire alle proprie origini senza la mediazione di un credo religioso, ma senza escludere la spiritualità e la fiducia nel Sacro e nel Divino che è in noi. Molti degli scienziati, architetti, ingegneri, artisti di quell’epoca sono anche dei filosofi.

Il primo fondamentale passo che doveva capovolgere la concezione tradizionale dell’universo fu la cosiddetta rivoluzione astronomica, che nel XVI secolo vide la sostituzione del modello geocentrico di Tolomeo, con il modello eliocentrico introdotto da Copernico (in realtà già concepito nell’antichità dall’astronomo Aristarco di Samo).

Secondo tale modello, il Sole si trovava al centro dell’Universo e la Terra era un semplice pianeta che ruotava, come gli altri, intorno al Sole. Giordano Bruno sostenne tale modello estendendolo a tutte le stelle, immaginando che esse fossero altri Soli come il nostro e che ciascuna stella fosse il centro di un sistema solare che includeva pianeti abitati: si trattava di una visione modernissima che gli costò la condanna al rogo da parte della Chiesa. Ma il suo concetto di conoscenza non era dissimile da quello che era alla base della medicina di Paracelso o dell’architettura di Vitruvio. Vale la pena spendere due parole su questi personaggi.

 

Vitruvio fu il primo a raccogliere in un testo la somma delle conoscenze ingegneristiche del suo tempo, conoscenze che fino ad allora erano state tramandate oralmente.

Egli, nel suo “De architectura”, dà all'Architettura il titolo di scienza, ma non si limita a questo: la considera la scienza più importante, in quanto contiene praticamente tutte le altre.

Per Vitruvio l'architetto deve avere nozioni di:

• geometria: deve conoscere le forme con cui lavora;

• matematica: l'edificio deve stare in piedi, per questo vanno fatti dei conti specifici;

• anatomia e medicina: costruisce luoghi per la vita dell'uomo, per questo deve conoscere le proporzioni umane, deve fare attenzione a illuminazione, arieggiamento e salubrità di città ed edifici;

• ottica ed acustica: basti pensare ai teatri;

• legge: chiaramente, la costruzione deve seguire norme ben precise;

• teologia: nel caso di edificazione di templi, questi dovevano essere graditi agli Dei;

• astronomia: particolari tipologie di edifici, soprattutto luoghi di culto, dovevano tenere conto della posizione degli astri;

• meteorologia: il microclima del luogo di costruzione dell'edificio è fondamentale per le caratteristiche che deve avere.

Queste caratteristiche vengono dalla filosofia e dal concetto filosofico di una conoscenza completa.

L'architettura è imitazione dell’armonia della natura, l'edificio deve inserirsi armoniosamente nell'ambiente naturale. L'architetto deve possedere una vasta cultura generale, anche filosofica, e conoscenza della medicina per l'igiene delle aree edificabili.

Secondo Vitruvio, l'Architettura ha tre componenti fondamentali:

• firmitas (struttura);

• utilitas (funzione, destinazione d'uso);

• venustas (bellezza).

Se manca una di esse non c'è architettura; infatti se mancasse la prima l'edificio non starebbe in piedi, crollerebbe; se mancasse la seconda non si potrebbe parlare di architettura, ma di scultura; se mancasse la terza non sarebbe architettura, ma semplice edilizia.

La bellezza è infatti un archetipo, al quale, tutto ciò che in terra è armonico e bello, riconduce. La bellezza non è quindi solo questione di gusti, ma risponde a precisi canoni, e in quanto base dell'arte, è strumento della ricerca filosofica.

Non si costruisce a caso. Si costruisce cercando di riprodurre nell’edificio l’armonia che regge l’intero universo, un’armonia fondata su rigide regole matematiche.

Vitruvio esalta il progresso, ma il progresso di cui egli parla è un progresso tecnico e spirituale insieme, proprio perché nasce dalla conoscenza della Natura, conoscenza alla cui base c’è la filosofia.

Paracelso, cresciuto nella scuola dell'alchimia, ha il merito di aver spianato la strada alla "iatrochimia", cioè alla disciplina tesa a fondere la medicina con la chimica. C’è però da sottolineare l’importanza che Paracelso dava alla parte più spirituale dell’Alchimia, considerata la progenitrice della Chimica.

Non ci poteva essere arte medica, né chimica, senza il lavoro spirituale che il medico doveva operare su se stesso. Le trasmutazioni dell’Alchimia non potevano aver luogo senza la trasmutazione interna del medico.

In base a questa concezione Paracelso definì 4 pilastri sui quali doveva appoggiarsi l'arte del medico:

• Filosofia, che per l'epoca era tutto il sapere sull'uomo e sulla natura, dalla geografia fino all'anatomia;

• Astronomia – Astrologia;

• Alchimia, per lui la produzione, il perfezionamento delle medicine soprattutto da sostanze chimiche;

• Virtù, l'onestà del medico, la sua integralità morale.

Come non fare il confronto con la tendenza della scienza attuale a dividere, senza mai giungere alla sintesi? Come non fare il confronto con una medicina che riduce l’essere umano ad un insieme di organi ed ad una psiche che gli da solo problemi, senza mai giungere ad una visione unitaria di questo essere umano, e senza scavare più in fondo rispetto alla psiche, per comprendere che la malattia nasce dall’anima, e senza porsi il problema di come agire sull’anima, per aiutare il paziente a sopportare e vivere meglio la propria malattia, anche quando questa è incurabile?

Come non fare il confronto con una medicina sempre più serva delle multinazionali, affidata a persone che non sono mai entrate in un ambulatorio medico o nella casa di un malato (o lo hanno dimenticato)?

 

Proseguendo nel nostro piccolo excursus storico arriviamo a Galileo, fondatore della scienza moderna, che portò prove evidenti della validità del modello eliocentrico grazie alle sue osservazioni col cannocchiale.

Evidenziò che il movimento ed il comportamento degli "oggetti volgari" era comprensibile e prevedibile in termini matematici. Ebbe l’inestimabile merito di creare il metodo sperimentale o metodo scientifico: da un grande numero di prove particolari Galileo trasse delle leggi generali (metodo induttivo), da cui era poi possibile fare previsioni su altri casi particolari (metodo deduttivo).

Unì la sperimentazione empirica tipica degli ingegneri (ed in questo furono decisive le influenze di Leonardo da Vinci e del filosofo Francis Bacon) con il razionalismo degli antichi greci, che pretendevano di capire tutto con la ragione, senza preoccuparsi di verificare accuratamente le loro affermazioni per mezzo di esperimenti concreti.

I  filosofi greci davano per scontati alcuni concetti, come l’esistenza del Divino, l’origine divina del Creato e delle leggi che lo governano, l’Intelligenza dell’Universo.

Il loro principale scopo era comprendere “come” L’Universo era stato creato, e come si poteva tornare all’origine (per questo non raggiunsero in fisica gli stessi risultati straordinari che avevano ottenuto nello studio della geometria, anche se alcune ricerche e scoperte dell’antichità sono valide e scientifiche, come gli studi di Archimede sulle leve o sul galleggiamento dei corpi, o gli studi di Pitagora riguardo all’acustica).

Con Galileo e i suoi successori nacque la fisica come scienza vera e propria, che si preoccupava non di contraddire in senso assoluto le concezioni tradizionali, ma di dare loro un’evidenza scientifica.

A parte l’abiura galileiana, scienza, progresso, filosofia e religione, in epoca rinascimentale tornarono per un po’ a coincidere.

 

Con Cartesio e la sua certezza di poter dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, nasce la superbia della Scienza, che inizia a pensare di poter fare a meno del divino nel favorire lo sviluppo umano ed il progresso.

Quando Keplero enunciò le leggi fondamentali del moto dei pianeti, evidenziando che le loro orbite erano ellittiche e non esattamente circolari (come si credeva fino ad allora, sempre in virtù della convinzione che le caratteristiche dei cieli fossero perfette), si plaudì alle sue scoperte come ad una vittoria della Scienza e della Ragione sulle falsità religiose. Ma né allora né oggi ci si rese conto che la perfezione non era nella forma fisica delle orbite, bensì nella legge che governa queste orbite, legge applicabile a qualsiasi oggetto macroscopico esistente nell’universo (come Newton dimostrò anni dopo), e si tacque, e si tace, sul fatto che lo stesso Keplero volesse dimostrare la perfezione divina dell’Universo, al di là delle false convinzioni impiantate nell’essere umano dalla Chiesa.

Newton continuò il lavoro di Galileo ampliandolo in misura enorme e giungendo a formulare la grandiosa teoria della gravitazione universale, che unifica la gravità terrestre con la gravità celeste. Il progresso della scienza e della tecnica sembrava svalutare sempre più teologia e religione, i cui insegnamenti sembravano essere superati o espressamente contraddetti dalle nuove scoperte.

Il modello meccanicistico della fisica ottenne notevoli risultati anche nel campo della fisiologia: grazie ad esso Harvey riuscì a spiegare la circolazione del sangue e Borelli il funzionamento dei muscoli.

I successi della scienza influenzarono enormemente le convinzioni degli intellettuali del XVIII secolo.

Nacque così l’Illuminismo, una corrente di pensiero che riponeva fiducia illimitata nella ragione dell’uomo, rinnegando i dogmi tradizionali della religione. La stessa filosofia si rivolge più all’uomo e ai suoi problemi materiali.

Il concetto di "fede", che si fonda sul sentimento e non sulla ragione, era inaccettabile per gli illuministi, che sulla base dei risultati della scienza sostenevano che l’approccio alla verità doveva essere di natura razionale e non emotiva. Ma in realtà, anticamente il sentimento religioso non rientrava nella sfera emotiva, bensì in quella razionale: l’atto di fede era il fondamento necessario per sviluppare sia la ricerca filosofica che quella scientifica, del resto coincidenti.

Alcuni filosofi, come La Mettrie, rifiutarono e negarono l’esistenza di ogni forma di "spirito", considerando l’uomo e gli animali come semplici macchine mosse dalle leggi della fisica, come congegni meccanici particolarmente complessi: praticamente degli automi. La mente dell’uomo è solo una conseguenza secondaria di tali movimenti meccanici, una sorta di fenomeno causato accidentalmente dalle combinazioni della materia e dal suo movimento interno.

Alla fine del XVIII secolo nasce la chimica, basata sulla teoria atomica: si scopre che tutta la materia, allo stato solido, liquido o aeriforme, è composta da particelle piccolissime, chiamate "atomi", in conformità al termine usato nell’antichità dai filosofi Leucippo e Democrito. La chimica risulta subito in grado di dare una spiegazione alle proprietà di tutti i materiali conosciuti, e porterà presto alla creazione di nuovi materiali.

Da allora in poi la scienza è andata sempre più sprofondando nell’infinitamente piccolo, perdendo la visione d’insieme dell’uomo e dell’universo. Inoltre la ricerca scientifica, non supportata da un adeguato progresso spirituale, sempre più staccata da una ricerca di tipo filosofico, si è trovata spesso asservita al potere, sia economico che politico. Si è persino creato, da più parti, il concetto di una scienza necessariamente “amorale” che non doveva avere limiti, e che poneva l’uomo su un piedistallo dal quale dominare la natura, piegandola ai propri interessi. Le uniche branche che sembrano aver mantenuto i contatti con la filosofia, intesa come ricerca della conoscenza, sono la matematica e la fisica, in particolar modo la Fisica Quantistica. Il rapporto tra matematica e filosofia è sempre stato strettissimo, fin da Pitagora ed Euclide. La loro concezione filosofica prevedeva un Cosmo retto da leggi matematiche perfette. (Di tale avviso sarà anche Platone, che parlava di universo generato da forme geometriche piane che a loro volta davano origine ai solidi, dalla cui combinazione nasce tutta l’immensa varietà di forme del cosmo. Una tale concezione era nota anche nell’India vedica).

In un’applicazione del Teorema di Pitagora c’è la dimostrazione della divisibilità all’infinito di un’unità di misura e la presenza dell’Infinito nell’uno...

E’ un numero irrazionale, ovvero un numero con infinite cifre decimali, come la radice quadrata di 2 nel teorema di Pitagora è anche il rapporto aureo (φ = 1,6180339887…), un particolare rapporto particolarmente armonico tra le parti di una costruzione, o di un quadro, o di una scultura…. che gli scultori greci, i costruttori delle cattedrali gotiche, Leonardo, il matematico Luca Pacioli, Leon Battista Alberti, e perfino Salvador Dalì, studiarono ed applicarono nelle loro opere. Era il rapporto su cui si basava la costruzione dei solidi platonici da cui ebbe origine il mondo, e che Luca Pacioli stesso definì come “Divina Proporzione”.

La fisica attualmente sta cercando di  arrivare all’origine dell’Universo, e man mano che cerca, si rende conto di non poter dare una spiegazione scientifica.

La teoria del Big Bang ci permette di ricostruire un’evoluzione dell’Universo a partire da 10 secondi dopo l’inizio.

Ma possiamo andare ancora più indietro nel tempo e chiederci come sia avvenuta la genesi dell’Universo, o addirittura cosa c’era prima del Big Bang. Domande per le quali non è facile trovare risposte soddisfacenti, anche per i paradossi che implicano: ha senso parlare di un "prima" quando "prima" il tempo stesso non esisteva?

E’ lo stesso dubbio di Sant’Agostino, quando parla di Dio e del Tempo… Origene e Giovanni Scoto Eriugena risolvevano il dubbio parlando di una creazione continua.

 

I nostri dubbi sono ben riassunti dai due astrofisici cinesi Fang Li Zhi e Li Shu Yan: "In primo luogo, non possiamo cercare la causa della prima mossa, o inizio dell’Universo, poiché tale concetto implica che prima della prima mossa non esisteva nulla. In secondo luogo, non possiamo cercare la causa della prima mossa, o inizio dell’Universo, fuori dall’Universo, poiché il concetto di Universo implica che nulla esista al di fuori di esso. In terzo luogo, non possiamo andare a cercare la causa neppure dentro l’Universo, poiché il concetto di prima mossa, o inizio dell’Universo, implica che tutto ciò che è dentro l’Universo ne è il risultato, e non può esserne la causa. Se ne può concludere soltanto che: nulla iniziò la prima mossa...“.

A prima vista siamo in un vicolo cieco! Ma l’uscita sta precisamente in questo vicolo cieco. Il cosiddetto nulla, significa “non-Essere", e perciò la nostra ultima proposizione può essere definita equivalente a: “Il non-Essere può dare inizio alla prima mossa, cioè all’inizio dell’Universo."

E’ Parmenide che ritorna: il “non-Essere“ in realtà non esiste: è semplicemente ciò che non conosciamo, ciò di cui non abbiamo coscienza. Man mano che la Conoscenza, sul suo carro, ci guida attraverso l’oscurità illuminando con la sua luce ciò che ci è intorno e che ci sembra oscuro, il”non-Essere” diviene Essere.

Usando le parole di Stephen Hawking: "La condizione al contorno dell’Universo è che esso non ha contorno (o confine). L’Universo sarebbe quindi completamente autonomo e non risentirebbe di alcuna influenza dall’esterno. Di esso si potrebbe dire solo che è...". E’ un universo molto simile all’Essere parmenideo.

La fisica quantistica, attraverso gli esperimenti di Aspect, Rarity e Tapster, che convalidavano le ipotesi di Scroedinger e di altri padri della fisica quantistica, ha dimostrato che lo spazio e il tempo sono curvi; ha dimostrato che il vuoto non esiste, se è vero che una qualsiasi particella può essere rappresentata da una funzione d’onda (ovvero può occupare contemporaneamente un’area per lei vastissima, come gli elettroni negli orbitali atomici, e può essere considerata puntiforme solo in un brevissimo istante) e se è vero che due particelle possono comunicare istantaneamente pur essendo lontanissime tra loro.

Il fisico Bohm si convinse che il motivo per cui le particelle subatomiche restano in contatto indipendentemente dalla distanza che le separa, risiede nel fatto che la loro separazione è un'illusione. Secondo Bohm vi è un livello di realtà del quale non siamo minimamente consapevoli, una dimensione che oltrepassa la nostra. Se le particelle subatomiche ci appaiono separate è perché siamo capaci di vedere solo una porzione della loro realtà, ma in realtà sarebbero l'immagine di qualcosa di sottostante, unitario, un super-ologramma che si estende attraverso tutto l'universo fisico che percepiamo. Proprio come in un ologramma, ogni singolo organo del corpo umano, conterrebbe l'informazione dell'intero corpo): ciò equivale a dire che ha dimostrato quanto le filosofie tradizionali più antiche davano già per certo.

Faccio un esempio: nella meccanica quantistica, gli oggetti "quantistici" (atomi, elettroni, quanti di luce, etc.) si trovano in certi "stati" indefiniti, descritti da certe entità matematiche (come la "funzione d'onda" di Schrödinger). Soltanto all'atto della misurazione fisica si può ottenere un valore reale; ma finché la misura non viene effettuata, l'oggetto quantistico rimane in uno stato che è "oggettivamente indefinito", sebbene sia matematicamente definito: esso descrive solo una "potenzialità" dell'oggetto o del sistema fisico in esame, ovvero contiene l'informazione relativa ad una "rosa" di valori possibili, ciascuno con la sua probabilità di divenire reale ed oggettivo all'atto della misura: questa è la funzione d’onda.

Ma mentre in fisica classica le onde hanno bisogno di un "supporto materiale" per esistere e propagarsi, la funzione d'onda invece non ha un supporto materiale, poiché essa stessa rappresenta e costituisce la cosiddetta materia, ed è una sorta di vibrazione nella struttura dello spazio-tempo. E’ la dimostrazione della non esistenza del vuoto, e delle teorie tradizionali che dicevano che la realtà è data dalla vibrazione del punto, diversa a seconda delle necessità.

Sembra di sentire le antichissime ipotesi orientali sull’origine della vita, che si espanderebbe in tutto l’universo immediatamente, al momento stesso della creazione, restando immobile ed omogenea, ma allo stesso tempo elastica e plastica.

Non è possibile prevedere quale valore effettivo si avrà all'atto della misura: a priori si ha soltanto una rosa di probabilità su certi valori definiti, chiamati autovalori.

Questa strana proprietà dei sistemi quantistici fu chiamata da Heisenberg nel 1927 “principio di indeterminazione”. Per esempio, se misuriamo con grande precisione la posizione di una particella, avremo una certa indeterminazione sulla sua velocità, e viceversa.

La meccanica quantistica quindi introduce due elementi nuovi ed inaspettati rispetto alla fisica classica: una è appunto l'influenza dell'osservatore, che costringe lo stato a diventare un autostato; l'altra è l’indeterminazione.

E’ la violazione dell'oggettività e della perfetta intelligibilità deterministica dell’Universo. Entrambe le violazioni sono estranee alla mentalità della fisica classica, e a quella concezione ideale (galileiana, newtoniana e perfino einsteiniana) che pretende che l'universo sia perfettamente oggettivo ed intelligibile.

Qua il discorso scientifico si fa di nuovo filosofico.

Il fisico Schrödinger, nelle sue considerazioni filosofiche, considerava l'intero universo come un "prodotto del pensiero"; il fisico James Jeans diceva che l’Universo può essere un grande pensiero; altri dicevano che è necessario un soggetto cosciente per oggettivizzare l’osservazione: se il Pensiero che ha prodotto l’Universo ne ha prodotto le leggi, e se noi facciamo parte di questo prodotto, il soggetto cosciente che osserva e studia l’Universo, ne comprende le leggi.  “Sa” che in quel momento sta osservando il prodotto di una legge. 

Quando l’osservatore cosciente, come Hawking ed altri stanno cercando di fare, comprenderà l’unica Legge che riassume tutte le altre, avrà la possibilità di “osservare” contemporaneamente tutto l’Universo. Ne avrà una visione generale completa, non parziale, non dipendente dalla propria posizione nell’universo. Avrà “la coscienza trasparente del Saggio” di cui parla la tradizione indiana, che altro non è che la comprensione del tutto,  contemporaneamente, di ciò che è sopra e di ciò che è sotto, di ciò che davanti e di ciò che è dietro e ai due lati…

Ma capire questa Legge, significherebbe capire il mistero della creazione, capire cosa c’è nel non-Essere, nel non–Tempo, capire il “prima” del Big Bang.

Significherebbe capire quello che di solito viene chiamato Dio, e può capire Dio solo chi è Dio, o chi è in Dio. Egli e’ l’Assoluto, il Tutto, l’Uno primigenio, e quindi non può essere compreso da noi che siamo ancora immersi nell’imperfezione, e non riusciamo a concepire razionalmente l’Assoluto.

Filosoficamente, però, sappiamo che questo è possibile, come dicevano Parmenide e gli altri antichi filosofi. Sappiamo che la nostra ricerca ci può portare a questo tipo di conoscenza. A patto che non ci si immerga sempre più nel particolare dimenticando la visione d’insieme. A patto che si ricerchi ciò che unifica tutta la natura. A patto che ci si basi sul numero Uno, come diceva Paracelso, Microcosmo e Macrocosmo come nel Rinascimento.

Einstein non accettava l’indeterminazione, che introduceva in fisica il "caso cieco", per lui assolutamente inaccettabile. A questo proposito è rimasta celebre la sua frase: "Dio non gioca a dadi con il mondo". Meno famosa è la risposta di Bohr, molto più filosofica: "Non è compito degli scienziati dire a Dio come funziona il mondo, ma solo scoprirlo".

Einstein riteneva che i valori delle cose osservabili esistessero oggettivamente anche prima della misura, indipendentemente dal fatto che venissero misurati o meno. L'universo deve esistere oggettivamente, sia che noi lo osserviamo o meno! Per questo egli considerava la meccanica quantistica "incompatibile con ogni concezione ragionevole e realistica dell'universo". Einstein non è in contraddizione con la meccanica quantistica: noi possiamo osservare oggettivamente le cose, ma non sempre possiamo prevedere che le cose evolveranno come noi pensiamo, se non nell’ambito di ciò che conosciamo, e l’Universo esiste indipendentemente da noi, oggettivamente, come potenzialità diverse. Forse l’errore di Einstein, se di errore si può parlare davanti ad una mente come la sua, è stato quello di pensare che l’universo esista  oggettivamente solo così come lo vediamo quando lo osserviamo. In realtà noi non conosciamo tutte le leggi che regolano l’universo, e non conosciamo le relazioni tra queste leggi. Quello che Einstein chiama “caso” è solo la nostra ignoranza, e non è il caso ad essere “cieco”, ma noi!

Noi possiamo enunciare leggi solo su quello che riusciamo a conoscere.

Per vari fisici, come Jordan ed Eddington, l'indeterminazione quantistica permette un piccolo margine per un "libero arbitrio" della natura, che poi viene "amplificato" e "valorizzato" negli organismi biologici e quindi nell'uomo. Questo punto assume un'importanza filosofica notevolissima, perché solo in questa ipotesi l'uomo viene ad assumere una vera libertà nelle sue azioni. Altrimenti egli è solo un burattino in balia delle leggi meccaniche della fisica. E più ampia è la sua conoscenza, maggiori sono le possibilità di scegliere e di agire, per favorire la propria evoluzione.

E’ ciò che Giordano Bruno chiamava “magia”. Ciò di cui l’uomo deve essere filosoficamente cosciente, è che le sue azioni comportano un effetto, una reazione che può essere positiva o negativa, e che l’evoluzione non è soltanto fisica ma anche spirituale.

Gli incredibili esperimenti di fisica quantistica restano sconosciuti ai profani, ed anche alla maggior parte degli scienziati (cioè i non fisici), che continuano ingenuamente a credere all'oggettività della fisica.

Ma il fisico Pagels avverte (Il codice cosmico, Bollati Boringhieri, cap. 9 pag. 134/137): "La vecchia idea che il mondo esista effettivamente in uno stato definito non è più sostenibile. La teoria quantistica svela un messaggio interamente nuovo: la realtà è in parte creata dall'osservatore".

Accettare così di punto in bianco una nuova visione della realtà sarebbe una rivoluzione concettuale di portata enorme. Significherebbe tornare a cercare cosa c’è dietro i fenomeni “oggettivi” osservati.

Quindi alcuni scienziati si domandano se non sia venuto il momento di rivisitare l'intera storia della filosofia, per vedere se vi è qualche idea, o qualche concezione, che riesca a inquadrare adeguatamente i risultati che emergono della meccanica quantistica.

La filosofia classica offre soluzioni a iosa, come abbiamo brevemente accennato, e offre la possibilità di risolvere la dicotomia tra scienza e religione di cui abbiamo visto lo sviluppo storico.

Questa "schizofrenia", che affligge alla base la cultura contemporanea, ha bisogno di una spiegazione più profonda, valida e completa, capace di soddisfare contemporaneamente mente e cuore, e non uno o l'altro separatamente. Non si tratta di negare o ignorare l’evoluzione biologica, come si fa in certe scuole di ispirazione cristiana, o di imporre l’ateismo come si è fatto in diverse nazioni. Si tratta di accostare, ad esempio, la “creazione continua” di Origene con i “buchi neri” che possono, secondo Hawking, emettere radiazioni e tornare ad esplodere per generare di nuovo altre realtà nell’Universo.

La Filosofia è in grado di far ciò.

Senza il legame con la filosofia, la Scienza ufficiale diviene strumento di potere, sottomessa al potere, e come tale si è sempre opposta alle innovazioni, rinchiusa nei suoi dogmi, rigidi come quelli delle religioni ufficiali.

Ha ignorato volutamente persino l’evidenza, falsando i risultati delle ricerche, eliminando quelli che contraddicevano i dogmi scientifici, manipolando gli esseri umani ed impedendo loro di ragionare con la propria testa.

Per fortuna ci fu sempre chi seguì il proprio impulso, le proprie intuizioni, altrimenti non avremmo avuto un Colombo scopritore dell’America, perché l’America semplicemente non esisteva, per la scienza ufficiale, e perché la Terra “ufficialmente e scientificamente” non poteva essere rotonda. Non avremmo avuto aerei, perché un corpo più pesante dell’aria scientificamente non poteva volare, per la scienza ufficiale, nonostante gli studi di Leonardo.

La Scienza non è riuscita a dissipare le paure dell’umanità, le sue incertezze riguardo al futuro, nonostante dall’Illuminismo in poi abbia illuso gli uomini, ormai privi di certezze e di una prospettiva spirituale, che la via scientifica staccata dalla filosofia avrebbe consentito di raggiungere la felicità con assoluta certezza.

Ma queste certezze sono venute meno e l’umanità è senza prospettive, e prigioniera delle sue paure, anche se la Scienza si avvicina sempre più a dimostrare la veridicità di quanto i filosofi classici avevano postulato e dato per certo.

Però non fa comodo a nessuno che gli uomini si chiedano dove li sta portando questa Scienza, che fa solo una dissezione della Natura, ma non sa interpretarla o rifiuta di interpretarla. Un esempio chiarissimo è la Medicina. In ossequio al cammino imboccato dalla scienza, la medicina si è super-specializzata: per ogni organo o apparato del corpo umano c’è una branca specialistica che lo studia e non si occupa di altri apparati, però nessuno si occupa più dell’essere umano nella sua interezza, nessuno più riesce a inquadrare questo “bio-robot” nella Natura in cui è immerso.

 Nessuno più si chiede: “Che fine ha fatto l’uomo?”

 

“Quello che Acropoli propone è una Scienza che non solo studi, non solo faccia un’anatomia, una dissezione della Natura, ma una Scienza che possa interpretare la Natura e aiutare noi stessi ad inserirci in essa naturalmente. C’è una vecchia parabola orientale che dice che se abbiamo, per esempio, un gatto, e lo dividiamo in pezzi, quel gatto non vivrà più, ed è inutile poi unire di nuovo i pezzi. Se sottomettiamo la Natura circostante ad un’analisi fredda e formale, dopo sarà molto difficile fare una sintesi. Possiamo fare la sintesi formale ma non possiamo ridarle la vita. Se separiamo la Conoscenza in diverse parti,  anche volendo non potremo ricostituire quella Conoscenza… Proponiamo una concezione della Scienza che non sia semplicemente l’accostamento di diverse ricerche, ma una nuova Scienza, per un Uomo nuovo, con una interpretazione nuova della Natura” (JAL).