Negli anni abbiamo visto lo sport trasformarsi, esasperarsi in certi aspetti, morire in altri. E’ successo al calcio in primo luogo, ma anche ad altri sport, e gli stessi giovani praticanti sono stati fagocitati in un sistema che di sportivo non ha più nulla.

Eppure la mia esperienza quotidiana mi insegna che lo sport ben praticato rappresenta una eccezionale forma di canalizzazione delle energie di cui i ragazzi sono dotati.

 

E’ inoltre un eccellente metodo educativo. Quando De Coubertin decise di riprendere l’antico spirito agonistico delle Olimpiadi, vide nello sport (e lo proclamò con parole ben chiare nel discorso di presentazione della prima Olimpiade moderna, alla Sorbona) l’unico mezzo per strappare la gioventù alla decadenza di un’epoca che, offrendo tante comodità al giovane, ne fiaccava lo spirito combattivo di fronte alla vita: l’unico modo per rivitalizzare questo spirito in giovani che non dovevano più lottare per la sopravvivenza, che non dovevano combattere con la natura e con altri esseri umani, e che non sentivano più la necessità di essere forti, di superare i propri limiti fisici.

 

Come medico del XXI secolo, come padre, come aspirante filosofo, oggi dò pienamente ragione al barone francese.

 

E’ inutile nascondersi che, nel mondo del politicamente corretto, del buonismo, del “volemose bene” a tutti i costi, delle comodità, della massificazione, della manipolazione, lo sport è l’unico campo in cui un giovane medio, senza tanti problemi, può provare la sua capacità di soffrire, la sua capacità di accettare la sconfitta e prenderla come punto di partenza per cercare la vittoria su se stesso prima che sugli altri, la sua capacità di migliorarsi e di resistere, di fortificare la propria volontà… in altre parole, di verificare il proprio spirito di sacrificio.

 

Oggi molti input provenienti dai mezzi di comunicazione di massa tendono a deresponsabilizzare il giovane, a fargli desiderare una vita comoda, una vita di libertà assoluta nel senso meno buono del termine, una vita sfrenata, senza tante regole…

Lo sport è senz’altro un efficace mezzo per contrastare questi input.

 

Ovviamente, ci sono delle distinzioni da fare. Personalmente, come ammiratore di Platone, penso che l’educazione migliore sia proprio quella che prevede ginnastica e musica, intendendo per musica tutte le scienze che tendono a far conoscere, e poi a riconoscere in se stessi, delle leggi universali che portino l’individuo all’armonia interna ed esterna: la musica vera e propria, ma anche la matematica, la geometria, l’architettura, l’astronomia… Per Platone, non può esistere un individuo che sia soltanto intellettuale, che non muova il suo corpo, che non cerchi di potenziare la sua parte fisica per far fronte a ogni inconveniente, così come non può esistere l’individuo che faccia culto solo al proprio corpo, alla propria bellezza, che sia un bruto senza cervello, disarmonico…

 

Inoltre, lo sport sia nella sua forma ludica che agonistica, è importantissimo per il corretto sviluppo psicologico del bambino e dell’adolescente. La fase ludica è necessaria fino a circa sette anni, poi è necessario praticare degli sport di squadra, dove il bambino e il ragazzo imparano a socializzare, a svolgere un ruolo, a lavorare per un fine comune, a limitare la propria libertà e mettere le proprie qualità al servizio del sodalizio, così come dovrebbero fare nella società. Solo in seguito il giovane inizierà a provare se stesso coscientemente nei vari sport individuali.

 

Sia negli sport di squadra che in quelli individuali, l’individuo impara la disciplina, che è un ottimo surrogato della volontà. La disciplina porta al risultato, l’allenamento disciplinato, l’osservanza di alcune regole fondamentali per non causare danni alla squadra, portano ad una consapevolezza del proprio ruolo, ad una conoscenza e ad un apprezzamento delle proprie capacità, ad un affinamento di tali capacità e ad un superamento dei propri limiti. Si impara, allo stesso tempo, che un risultato non ci viene dal cielo, ma da un lavoro duro.

Trasporre questa disciplina nella vita significa fare del giovane un cittadino e un individuo migliore. Negli sport individuali la lotta è con se stessi, e la disciplina conduce a sviluppare la volontà: ci si sottopone ad uno sforzo perché vogliamo superare i nostri limiti. L’ideale sarebbe sempre praticare uno sport di squadra e uno individuale, per uno sviluppo psicologico migliore.

 

Chi scrive ha praticato sempre sia sport di squadra – calcio, pallavolo - sia individuali – arti marziali - e ha avuto modo di verificare che in tutte e due viene fuori il carattere delle persone. Ho visto ragazzi scansare l’allenamento duro delle arti marziali, sentendosi molto furbi per essere riusciti a ingannare il maestro, e alla fine andare via, smettere la pratica, perché non amavano la disciplina… molti di questi hanno fatto una brutta fine nella vita, hanno disceso la china senza potersi aggrappare a nulla, senza riuscire a trovare in se stessi la forza necessaria per affrontare quel duro avversario che è la vita.

Ho visto ragazzi convinti di essere degli dei del calcio, egoisti, che cercavano solo la propria gloria personale, perdere la stima dei compagni fino ad essere ignorati durante la partita, perché il loro atteggiamento faceva perdere la squadra… Questi ragazzi spesso perdevano anche gli amici, nella vita.

 

               Frequentando le palestre, vedo tuttora ragazzi che praticano body building, che gonfiano i propri muscoli, che si guardano negli specchi come novelli Narcisi. Ad un certo punto si scontrano con una semplice legge cui è soggetto il nostro organismo, che dice che non si possono utilizzare, per la crescita muscolare, più di un grammo di proteine per kg di peso corporeo, per cui l’alimentazione iperproteica cui si sottopongono serve solo a sovraccaricare i reni… così, per crescere, devono assumere sostanze anabolizzanti, cioè sostanze che fanno aumentare l’utilizzo delle proteine a scopo anabolico, di costruzione del muscolo, andando incontro a vari inconvenienti di cui parlerà la collega nel suo intervento…

E’ non voler accettare la propria condizione, è volere il massimo risultato con il minimo sforzo, risultato che sarà una conquista fittizia e mai definitiva, pronta a sfuggirci non appena smettiamo di aiutarci artificialmente… E’ un po’ come chi assume cocaina o ecstasis per stare sù, per vincere la timidezza, per avere la mente più chiara e sveglia. Finito l’effetto, il ritorno alla realtà è tragico: si ritorna come e peggio di come si era prima, pronti a rifare tutto di nuovo perché in quelle condizioni non si riesce più a stare…

 

Spesso è la vita, come lo sport professionistico, a chiederci di stare sempre ai massimi livelli, per cui, come nello sport, ci si dà un aiuto artificiale per reggere e per fare risultato in ogni campo… Spesso è la sensazione di non essere all’altezza di ciò che ci chiedono gli altri, a cominciare dai genitori. Basta andare in una qualsiasi scuola di calcio e osservare il comportamento di alcuni genitori e la sofferenza di alcuni bambini che non si sentono all’altezza… Non è questo lo sport che ci consentirà di avere “mens sana in corpore sano”, non è questo lo sport educativo di cui parliamo…

 

Nell’antica Grecia, le attività fisiche erano quelle che preparavano ad essere buoni guerrieri, giacché la guerra era parte integrante della vita. Oggi, grazie a Dio, è teoricamente possibile che le questioni si risolvano pacificamente, ma la lotta si è spostata su un altro livello, e il vero nemico da affrontare è dentro di noi: la paura della vita di tutti i giorni, la paura di perdere le comodità e il benessere conquistati…

Lo sport, come l’educazione in generale, deve “educare”, tirare fuori dall’individuo, dal giovane soprattutto, le sue qualità migliori, fisiche, psicologiche, mentali, umane…

Per affrontare la paura della vita e degli altri. Per essere uomini migliori.

 

Come dice De Gregori in una sua famosa canzone: “Nino, non aver paura di tirare un calcio di rigore - non è da questi particolari che si giudica un giocatore - un giocatore si giudica dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia…”.

 

 Nello sport come nella vita.